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Qui non si mangia e non si beve oggi, e questa storia va avanti da molti giorni.
Si pensa.
Francesca è li da una settimana, seduta sulla poltrona davanti alla finestra. Non parla ed io non so avvicinarmi a lei come dovrei o come forse si aspetta.
Vado fuori, nel balcone c’è il sole.
Ci sono stati giorni di gioia incontrollata, in questa casa, quando il mattino già sapeva urlare di colazioni e musica a strepitare. In quel tempo immaginavo che tutto sarebbe durato all’infinito e certo lo credeva anche lei.
Ci sono poi stati giorni di disperazione, odore d’asfalto stanco alle suole, viavai continuo di familiari e gente in divisa e quel telefono sempre a squillare. Pensavo non sarebbe più finita quella storia, chissà se anche lei lo temeva. Ma forse è stato proprio in quei giorni che lei ha smesso di credere qualunque cosa ci potesse essere ancora da credere.
Suonano alla porta.
Lei, ciabatta come sempre fino allo spioncino e guarda. Finalmente apre, firma e saluta con un cenno del mento, senza sorriso. Di sicuro un altro telegramma ma Francesca non lo guarda neppure.
Poltrona nuovamente.
Io mi chiedo perché in questa casa non si possa mai stare tranquilli nella giusta misura!
Mi domando se era meglio il chiasso continuo di prima, le porte a sbattere, la musica a tutto volume, i vicini ad urlare scontenti, il mangiare mai pronto nella naturale dimenticanza di quella vita intensa… oppure oggi. Oggi che tutto tace e devo anch’io tacere.
E’ grande questa casa, mi sembra di risentire Marco sbottare dicendo “è così grande, questo salone, che ci si potrebbe giocare a pallone” e lei a rispondere “si, si, lo credi tu. Aspetta che lo riempia come immagino di fare e vedrai, non sembrerà più tanto grande!”. Mi fece invidia osservare il loro abbraccio e le labbra unite in quel bacio a festa. Sempre a far moine, quei due!
Io invece andai subito a vedere il terrazzino, ero attratto dal sole della primavera di quei giorni e poi dovevo sbrigarmi, le pesti stavano salendo su per le scale e chissà che macello avrebbero combinato al loro arrivo.
Sempre così. Difficile avere un attimo di pace in questa casa, in quel tempo.
Francesca s’è alzata dalla poltrona: l’ennesimo caffè certamente. Ormai sembra che viva solo di caffè e credo sia eufemismo chiamarlo vivere.
Mi hanno detto di restare qui a tenerle compagnia, ma come faccio se lei non parla e non mi dà modo di avvicinarla. Come posso tenerle compagnia, quando nemmeno per un attimo lei incrocia il suo sguardo col mio … Ci ho provato. Ho provato ad avvicinarmi piano e poi ho provato a farlo con violenza, l’ho accarezzata con dolcezza e poi ci ho riprovato anche con un poco di furbizia… ma nulla, lei non esiste e questo non lascia esistere neppure me.
Francesca non si lava, non pronuncia parola, non prende le telefonate, non accende la tv, non legge e non scrive. Non dorme.
Vien da chiedersi come faccia, sembra impossibile, inumano, eppure so che a qualunque ora io la guardi lei è lì, sveglia e immobile. Sente che mi avvicino e si comporta come se non esistessi.
Io, come tutto il resto, inesistente ormai.
Di nuovo altro caffè? No, s’è alzata ma non è diretta alla cucina.
Che altra novità adesso? Forse finalmente ha deciso di farsi una doccia e uscire… no, niente da fare, non si ferma neppure in bagno. Forse non si lava ma si veste, forse andiamo a fare un poco di spesa, manca tutto in questa casa ormai.
Ah, ha deciso di prendere un poco d’aria finalmente, eccola in balcone.
Si è seduta a terra, vado a sistemarmi accanto a lei, taccio e non la infastidisco, che altro posso fare, io?
Che strano si è portata appresso degli indumenti e sono sporchi, lo sento.
Certo, noi cani sentiamo anche quello che non si vede: sono proprio capi già indossati. Quella è la maglietta di Dario e… si, quei pantaloni sono della tuta di Paolo, invece quella rossa è la felpa di Marco e lei affonda il viso in ogni loro piega e annusa, annusa... Ora scoppierà a piangere, immagino. No, in effetti è da molto che non la vedo piangere.
D’accordo si rientra dentro, l’ora d’aria è finita o forse è stanca di restare seduta, scomoda su questo pavimento impolverato.
No…che fai?
Francesca!
E’ caduta giù.
Ora che faccio da solo… qui fuori c’è il sole, adesso c’è anche la mia Francesca, che non so dove sia.
Sì, la seguo. Basterà un balzo a raggiungerla, tanto fuori c’è il sole.
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