mercoledì, 25 giugno 2008 | in : di rosso

rosso ciliegia

 

Arriverà, la sua bambina. Arriverà trafelata, e ancora una volta si sentirà fuori luogo e parlerà con voce sottile per paura di disturbare. Si affaccerà alla porta chiedendo permesso come sempre e come sempre Bruna, che non vorrebbe dirle "avanti" ma vorrebbe sentirsela intorno, dentro, fuori, sulla pelle,  risponderà "avanti, mamma vieni".

Sono urla ripetute, quelle udite in un ospedale, dove a volte si nasce ed altre si muore. Sono le attese e le doglie che si ripetono, che nuovamente arrivano in un tempo che sembra correre in avanti ma torna a ritroso di nascita in nascita, d'urlo in urlo e poi ancora nei pianti, nei silenzi e negli abbracci.
Sudore solitario conosciuto solo dalla propria pelle, doloroso ventre che torce e rilassa, lancinante richiamo che sa nascere e morire nel proprio divenire madre.
Bruna pensa spesso al vuoto che avverte dentro, alla forza che deve mantenere per la sua Clara, che diventerà donna come lei. Clara alla quale non farà mancare braccia, urla, sguardi, abbracci e baci sulle labbra a sentirne l'alito, a rubarlo. Bruna sa d'essere femmina sola, orfana di un mondo femminile, figlia di una mamma inadeguata che non ha saputo trasmetterle nulla se non tanta dolcezza.

- madre, che vorrei dimenticare per un poco d'esistere amorevole. Vorrei che tu mi risvegliassi alla vita, nostra vita femmina e profonda.  Madre che tu non sei, eppure voglio solo te perché mi sei madre ed io ti amo -

Bruna pensa così, mentre osserva la mamma gironzolarle inutilmente intorno chiedendole se ha l'acqua o quando arriveranno il genero e il nipote.  Non smette d'esser vuota, e Bruna sa che non smette per paura d'esser piena.
In quel vuoto, le parole di sua madre rimbombano in lei  di solitudine aggiunta.

"E' bellissima, bellissima… sono durati tanto i dolori? Sai, tu sei nata all'alba come Clara, ma quanto mi hai fatto soffrire…"


- mamma siediti al mio letto e guardami soltanto in un sorriso che mi racconti quanto sai già tutto della vita. Stringi la mia mano, dimmi che non sono sola e che nessuna amica potrà mai sostituirti. Dimmelo senza dire. Dimmelo, madre, espiralo in un soffio di caligine antica -

"No, mammina… cioè, si. Accidenti, se ho sentito i dolori! Ma sopportabili, sono già passati. Dimmi di te, sei venuta in treno? Sarai stanca…"

- cosa pensavi, mamma, mentre dal finestrino guardavi ai campi verdi o al vetro che rifletteva i tuoi capelli neri. Perché non mi dai i tuoi pensieri semplici e le tue paure. Perché non mi dici quanto ti manca questa tua bambina bionda ormai cresciuta e non mi confessi che vivere sarà duro, perché lo è sempre stato per te, per tutte ed ora anche per me. Dimmi che dovrò sforzarmi d'essere nuovamente madre per crescere la mia bambina. Perché non mi confessi che forse ci saranno giorni in cui non la sopporterò… -

"Si, papà mi ha accompagnato ieri sera. Non sono stanca, ho viaggiato in cuccetta ma di notte ero preoccupata. Se ne dicono tante, sui treni di notte: ho sentito dire che ora ti addormentano con le bombolette spry e poi ti rubano tutto"

"si, l'ho sentito anche io. Sarebbe stato meglio venire in aereo"

- Sarebbe stato meglio che tu non mi fossi mai mancata, che tu fossi cresciuta prima di me e che poi mi avessi permesso di fare la bambina, mamma. Sarebbe stato meglio, per odiarti… almeno. Invece ti adoro piccola madre, sei la mia bambina ed io la tua strega che piccola non è stata mai -

" Si è svegliata!  Posso prenderla in braccio?

"ma certo, mammina, ma che mi chiedi?"

- Avrei voluto vederti entrare come uragano in camera e a non guardarmi, quasi a farmi incazzare, seguirti con lo sguardo mentre volavi su quel corpicino che tanto ci appartiene. Si, mamma, appartiene anche a te eppure non lo sai. O non lo sai prendere in considerazione -


Quegli occhi antichi sono adesso umidi di pensiero e affanno che, senza capire come, le regala un profumo conosciuto e sale nel ricordo l'odore dei suoi bambini, del latte e del sapone. Ciliegie, felci e tempo passato, che ha perso correndo troppo in fretta verso un epilogo stupidamente inaspettato. Era davvero così veloce il tempo a scorrere? Ora si ritrova nonna ancora, e quella voglia di ricominciare si affaccia, traditrice, alla mente mentre le lacrime scorrono e stillano una ad una sul coprifasce di lanetta svizzera. Guarda quel miracolo immaginandoselo ancora di nuovo tutto suo, quel tesoro oggi è Clara, sua nipote,  eppure continua a pensare a sua figlia Bruna. Non sa nemmeno cosa significhi ma alla mente un pensiero continua a ripeterle - vorrei ridisegnarti ancora -

- Mamma, a che pensi mentre fai finta di nulla e piangi? So cosa senti, non temere della vita che corre e pare essere già finita. Ci sarò io a ricordarti di quanto tu ancora sia. Mi occorri, mamma. Chi potrebbe credermi se affermassi che ho voluto Clara solo per regalartela ed insegnarti davvero come crescere una figlia senza poi sentirla persa? Imparerai con me ad interrare le tue radici. Non sarà lei, come me, a rubarle tuo malgrado, sarai tu a farle crescere in lei.  Consapevole.
Mi sei stata figlia ma tornerai madre, e se non di me lo sarai comunque d'una strega bionda, ancora -

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selva1 @ 11:01 | commenti (3)(popup) | commenti (3)
Commenti
#1    25 Giugno 2008 - 11:16
 
Penso sia un racconto come pochi.
Ne sono entusiasta...ma preferisco commentarti in maniera analitica più in là.
La musica è dolcissima e la foto incantevole...intanto, grazie per le emozioni...
Ciao
Aldo
Aldo
utente anonimo

#2    25 Giugno 2008 - 11:51
 
non lasciano mai indifferenti le tue prose, e prima di affrontarle si deve tirare un sospiro. Essere consapevoli che ci sarà vita vera, vissuta e qualche volta maledetta.
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#3    25 Giugno 2008 - 20:20
 
Una narrazione che inizia pacata, quasi normale, e che, improvvisamente, si condensa e si scioglie in poesia. La nervatura esistenziale muta delicatamente in pathos, ricerca, scambio, irrorando emozioni allo stato puro. Si ha la sensazione, addentrandosi nel racconto, di compiere un viaggio in un rapporto madre/figlia figlia/madre, tanto che i caratteri narrativi assumono gradualmente spazialità e climax universali. Sul piano tecnico ho apprezzato il dialogo e il soliloquio, coevo, un esterno interno che si intercala con dovizia di particolari e che eleva e arricchisce la stessa esposizione in due livelli contemporanei di lettura. Ottima tecnica senza essere tecnica…l’intuito e la mia sensibilità, infatti, mi suggeriscono che l’Autrice sia arrivata a questo soluzione di stile e di proposta, istintivamente, come spinta da un’energia interiore che aveva bisogno di uscire attraverso questo percorso, piuttosto che un disegno consapevolmente strutturale. E non può che essere così, altrimenti non saprei spiegarmi come sul piano contenutistico ogni periodo, proposizione, parola, possano assumere linearità e sussulti con tale nitidezza poetica. Prosa quindi nell’architettura, poesia nel modus vivendi, esigenza ancestrale dell’io narrante di conferire alla sua verità precetto di esperienza di vita di una madre figlia e di una figlia madre per una figlia che si chiama futuro e speranza volta al ripristino di un’armonia dei ruoli.
Complimenti Selva!

Aldo
utente anonimo

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