lunedì, 26 ottobre 2009 | in : di bianco
by Sergej Stepanov

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    Aspetto
    a trangugiare il tuo pensiero
    e m’attardo dove impellente vibra    
    sfilacciato in corda.   
    Indugio a sciogliere i capelli
    e immutata icòna osservo   
    l’antecedente o successivo   
    che instabili barcollano.
    E’ corrotta la fragilità   
    sfregiata dall’indifferenza,
    quale potente acido   
    quale più di questo vetriolo,   
    quale vita ancora e dove cercare
    figlio, padre, amante mio.
    Restami in ombra.
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selva1 @ 18:15 | commenti (4)(popup) | commenti (4)
mercoledì, 07 ottobre 2009 | in : di rosso

by Бранислав Марковић

                            Il danno spesso s'intrufola al sorriso
                     che già sfuggito tradisce una carezza
                     a rincorrere lo spasmo di una attesa.

                     Ancheggiano paure
                     ne restano le linee sul selciato
                     ancora
                     da contare e ricontare.
                     Diventeranno musiche
                     che unguento per la mente suoneranno
                     a non lasciare mai le rughe delle mani.

                     Saranno passi che sciolgono le stoffe 
                     nelle voci vacillanti al petto
                     negli arrivi a trepidare.
                     Saranno poi saluti nel mutismo
                     a bisbigliare.
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selva1 @ 21:24 | commenti (7)(popup) | commenti (7)
domenica, 13 settembre 2009 | in : di rosso

by Marina Alekseeva

 

 

      Dei miei giorni a contare restan le ali
      che lenta incollo nel silenzio
      e si fan numeri a sottrarre.
      Ma forse non ho giorni a disporre
      e neppure ali spezzate o sane.
      Son giorni come i tuoi, quelli che conto,
      fondi d’acqua
      raggi a sfondare
      primavere inaspettate
      e paura del passato
      e paura dell’ignoto.
      Nebbia che amo, non voglio sapere
      riavvio i capelli
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selva1 @ 13:41 | commenti (10)(popup) | commenti (10)
domenica, 26 luglio 2009 | in : di rosso

by Valentin Kartavenko

 

 

Di quel velo il lembo
t’inviterà a desiderar la seta
e del caffè lo zucchero
bacerà l’allontanare
tra mentali filamenti
ed umide carni.
Dammi di te, fallo piano
che domani possa ricordare.
Lo sai, ti cercherò,
tu fallo senza dire
senza aggiungere.
A rinunciare al chiasso dell’amore,
a non ammettere o giudicare,
prendimi a valigia nascosta
o uguale, lasciami a valigia chiusa.
Con me
per non portarmi via,
per non lasciarmi sola
di te.
Eletto mio pensiero,
nel tuo silenzio implodo
sei la carezza che nessuna morte
mai potrà annullare
e nessun addio potrebbe cancellare.

Noi, nessuno.

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selva1 @ 23:30 | commenti (12)(popup) | commenti (12)
martedì, 23 giugno 2009 | in : di rosso

Berenice Kauffmann2

 

                  E' l’immobilità geniale
                  che determina la scena,
                  un musicale brivido
                  in sincopato battito.
                  Lascia gli azzurri fumi della notte
                  deprezzata ormai d'assoluta leggerezza,
                  lo sai, non è fuoco quel che scalda
                  ma solo un'invadente urgenza
                  d'evasivo dire e nascosto imbroglio. 
                  Seguimi
                  è in discesa il mio sentiero
                  ma che non sia per te indecenza,
                  battezzalo incantesimo o magia
                  forgia l'alibi 
                  nel tuo pauroso piombo
                  duttile, 
                  a poterlo rinnegare
                  sciogliere e ricreare.

                  Fallo, prima di dovere scivolare
                  in vorticoso amare.

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selva1 @ 22:05 | commenti (8)(popup) | commenti (8)
giovedì, 11 giugno 2009 | in : da colonia

Koeln

 

Sotto il Duomo di Colonia, è la piazza che sempre racconta...  e lo fa di vento. 

Sussurra in correnti d'aria odorosa di tabacco,  a volte di profumo femminile.
Racconta di tavolini eleganti e dita affusolate a mostrare ori lucenti,  ma poi al riparo del buio mormora anche di topi notturni, lerci e affamati.

Dice di turisti sempre infreddoliti e ragazzi  smanicati  seduti sulla scalinata.

Racconta di peruviani che suonano i cherques per i passanti, del loro volto dolce e gli occhi sempre tristi.

Prosegue a mostrare finte statue dai muscoli rattrappiti per l'immobilità adottata,  i loro volti impietriti e spalmati di biacca pallida, argentea o dorata.
Forse pregano, su quel podio improvvisato, pregano d’essere guardati. Forse hanno mangiato, forse no.

Ieri, raccontava d'un suonatore di violino che aveva al seguito un cucciolo di cane. Il cucciolo, più che il cuscino che il suo compagno di strada aveva preparato, preferiva sonnecchiare dentro la custodia dello strumento.
Il violinista certo raccoglieva denaro aiutato dalla dolcezza che trasmetteva quel cucciolo di cane. Non voglio pensare che potrebbe, tra qualche mese, venire sostituito solo perchè non più esserino strappasorriso.

Da Colonia, per ora è tutto.

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selva1 @ 14:17 | commenti (10)(popup) | commenti (10)
domenica, 07 giugno 2009 | in : di rosso

101_2606

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          Guardami a modo, toccami
          a sperdere l’incolumità.
          Senti, è passo di nuovo tango,
          gioco d’un fermo immagine.

          Era notte forse, certo sogno.
          Oggi è buio di verità discinta,
          verbo di carezze bagnate
          e sottigliezza di vita. Ormai.

          Se in questa musica di corda,
          se in questo oscuro pensare
          tu, saprai precipitare al fondo
          non temere sarà liberazione.

          Senza parole o gesti forti,
          non l’abitudine né il miele,
          basterà il filo d’un pensiero
          e osare nel diluvio. Tacere.

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selva1 @ 19:39 | commenti (9)(popup) | commenti (9)
sabato, 16 maggio 2009 | in : di bianco

by yves ralim

 

        A superare lo stupore accumulato
        indugia strano poi l’atteggiamento
        che ti sguarda ma non  vede
        che ti parla ma non dice
        o non sa.

        Non udire.
        A strabiliare resta il tempo
        e non quello che cammina
        l’epoca ferma dei pensieri.
        Lasciati correre per via
        quella nuova e mai battuta.
        Lasciati andare per nuvole
        che rida chi non sa volare
        a piangere poi, guardando
        chi non dovrà restare.

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selva1 @ 10:50 | commenti (8)(popup) | commenti (8)
giovedì, 07 maggio 2009 | in : di nero

by Serge Motylev

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      E poi mi chiederò
      se davvero è stato tutto
      e sarà lento camminare,
      un passo avanti e due a ritroso.

      Ritornerà lo slancio velato di paura
      e nella corsa alla premessa
      addenterò l'intima conferma
      del mio non volere amare.

      Sarà già perso l'indiviso
      ed io nel tutto,
      meravigliata inutilmente,
      ancora lucida restanza.
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selva1 @ 14:33 | commenti (9)(popup) | commenti (9)
martedì, 21 aprile 2009 | in : di rosso

by Nik Rogul

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      Veniamo a guardarci intorno,
      dove la realtà chiama furiosa,
      quando vacillano le gambe
      e tu, tu sai di birra e bicicletta,
      di capelli gialli infranti al bruno
      ondeggianti ai muri scalfiti appena.

      Guardami più in basso, dove vibro
      non fingere gelo e toccami
      come hai fatto già, impudente,
      guardando l’autobus ancora
      a lasciarlo  e poi riperdere.
      Sarai vestita di un orrido rosa
      io sarò l’ammaliatore d’occhi neri
      e non saprò bere birra a scialo
      ma  raccontarti di carezze e mare

      Quando inonderò la bocca tua
      e tu tracimerai in parole gutturali,
      saranno versi a bruciare di limone
      tra cosce bianche e amore immaginato.

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selva1 @ 21:22 | commenti (7)(popup) | commenti (7)
sabato, 04 aprile 2009 | in : di nero

Cris

 

 

 

           Traspare una minima decenza
           a sbiadire il muro invalicabile
           e trasudare in simulazione.
           Domata
           nella sera che oscilla in girotondo
           a ridacchiare della paura insonne,
           ti nasconderai al tintinnar d'un cucchiaino
           - Venite, gente, ora sorrido -
           abbarbicata all'empatia d'amore
           - non è nulla, soltanto depressione -
           e morderai, prima d'essere azzannata,
           ridendo sguaiata alla minima apertura.
           Ti  fermerai in un recesso d'ombra
           ad osservarti in finto pentimento
           scansando, docile, il progetto.
           Sai togliere la fame,  sai darne troppa.
           Saprai fingere di non sapere piangere
           colando mare sui panni d'un bambino.
           Chiudete quelle porte
           ad ognuno il suo castello.

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selva1 @ 12:48 | commenti (6)(popup) | commenti (6)
martedì, 24 marzo 2009 | in : di rosso

buio

 


               Tempo distorto
               tra riccioli bruni
               a rumoreggiar d'assenza.
               Forme allungate d'ombra
               ed occhi scuri
               sfondano pensieri e precedenze.
               E' aggressione.
               Chiave
               delle mie stanze muschiose
               che non vedo
               - dove t'ho dimenticata -

               e non ricordo
               - dove mai ti nascondi! -

               In dissolvenza voci... note.

               Notte intemperante
               ancora
               è aggressione.

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selva1 @ 01:32 | commenti (11)(popup) | commenti (11)
martedì, 10 marzo 2009 | in : di bianco

Olga Ozjorina

 

 

Che lava lasci il suo cratere,
linfa lenta abbandoni,
non vista, in quel mutar di vita.
Strumento che fugge il suo concerto,
un ultimo sguardo e poi
via.
E' sogno in repentino balzo
l'uscir fuori da me...
ma sono qui
guardiana di un tempo
feroce, che trafigge
e morde il sorriso mio accennato.
Cresco
o son già vecchia.
Invisibile passaggio, mostrati
lasciati rimirare,
solcami la pelle
strappami le carni
ma donami l'urgente oblio.

Prendimi, mio tempo.

 

 

selva1 @ 11:36 | commenti (7)(popup) | commenti (7)
sabato, 24 gennaio 2009 | in : di rosso

Fernando Dinis

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          In punta di lama
          il tuo rumore m’invade,
          ne ingiunge l’ascolto
          e riapre la ferita.
          Si fa breve il resoconto
          e nessun tempo basterà.

          Lascia ch’io vagheggi
          per rubare quel che resta.
          La voce limpida la sai,
          strappa l’erba
          che leggera, lei, piega a malapena
          voglio annusarla che resti a profumarmi.
          Ruba i riccioli lunghi
          e del dopo i corti,
          ne voglio veste
          a incorniciare urli mai trascorsi
          e quelle risa nella fame
          o i pianti alle figure tristi.
          Slacciami i polsi
          e forse mi porterà con sé,
          slegami da questa vita,
          ne voglio un’altra, altra storia.
          Porta via questa paura.

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selva1 @ 14:13 | commenti (10)(popup) | commenti (10)
venerdì, 09 gennaio 2009 | in : di nero

Marat Sirotjukov

 

 

                         E’ un giorno come un altro,
                         quando  la bolla esplode,
                         stille che una ad una si posano
                         ridendo di te e della stupidità.

                         L’inutile sigillo cede, ferma il dire
                         detonando in gioia vera, amara.
                         Di sigarette il fumo non basterà
                         a disegnare quello al tuo petto
                         che bruciando emanerà il tacere.

                         Mutismi a colorare volti persi,
                         volgarità nel vuoto designato,
                         confezione a spargere clemenze.
                         Ora non temere e non ti fermare,
                         non ridere se è piangere che devi.

                         Un giorno come un altro.
                         E ti ritrovi a masticare il tempo
                         desiderando stille di sorriso.

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selva1 @ 16:04 | commenti (9)(popup) | commenti (9)
sabato, 20 dicembre 2008 | in : di nero

             by Zeca           by Zeca

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                          L’agnello accudisce la bestia
                          e feroce lei resta.  Si ferma.
                          Degli attimi dopo è denso colare
                          di rabbia e d’un misero dado
                          scagliato a smarrire la vita.

                          Occorre un tempo veloce
                          nella vergogna che scende
                          e risale fino su al ghigno.
                          Nessuna risposta al lancio
                          mancano i numeri vincenti.

                          La mia pasqua è già qui
                          la bestia morde, sa graffiare.
                          Riparo un sorriso rimasto fiero
                          sarà prezioso forse domani.
                          Altri domani, altre vicende.

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selva1 @ 14:00 | commenti (13)(popup) | commenti (13)
sabato, 22 novembre 2008 | in : di nero

limo

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Qui non si mangia e non si beve oggi, e questa storia va avanti da molti giorni.
Si pensa.

Francesca è li da una settimana, seduta sulla poltrona davanti alla finestra. Non parla ed io non so avvicinarmi a lei come dovrei o come forse si aspetta.
Vado fuori, nel balcone c’è il sole.
Ci sono stati giorni di gioia incontrollata, in questa casa, quando il mattino già sapeva urlare di colazioni e musica a strepitare. In quel tempo  immaginavo  che tutto sarebbe durato all’infinito e certo lo credeva anche lei.
Ci sono poi stati giorni di disperazione, odore d’asfalto stanco alle suole, viavai continuo di familiari e gente in divisa e quel telefono sempre a squillare. Pensavo non sarebbe più finita quella storia, chissà se anche lei lo temeva. Ma forse è stato proprio in quei giorni che lei ha smesso di credere qualunque cosa ci potesse essere ancora da credere.

Suonano alla porta.
Lei, ciabatta come sempre fino allo spioncino e guarda. Finalmente apre, firma e saluta con un cenno del mento, senza sorriso.  Di sicuro un altro telegramma ma Francesca non lo guarda neppure.
Poltrona nuovamente.

Io mi chiedo perché in questa casa non si possa mai stare tranquilli nella giusta misura!
Mi domando se era meglio il chiasso continuo di prima, le porte a sbattere, la musica a tutto volume, i vicini ad urlare scontenti, il mangiare mai pronto nella naturale dimenticanza di quella vita intensa… oppure oggi. Oggi che tutto tace e devo anch’io tacere.

E’ grande questa casa, mi sembra di risentire Marco sbottare dicendo “è così grande, questo salone, che ci si potrebbe giocare a pallone” e lei a rispondere “si, si, lo credi tu. Aspetta che lo riempia come immagino di fare e vedrai, non sembrerà più tanto grande!”. Mi fece invidia osservare il loro abbraccio e le labbra unite in quel bacio a festa.  Sempre a far moine, quei due!
Io invece andai subito a vedere il terrazzino, ero attratto dal sole della primavera di quei giorni e poi dovevo sbrigarmi, le pesti stavano salendo su per le scale e chissà che macello avrebbero combinato al loro arrivo.
Sempre così. Difficile avere un attimo di pace in questa casa, in quel tempo.

Francesca s’è alzata dalla poltrona: l’ennesimo caffè certamente. Ormai sembra che viva solo di caffè e credo sia eufemismo chiamarlo vivere.
Mi hanno detto di restare qui a tenerle compagnia, ma come faccio se lei non parla e non mi dà modo di avvicinarla. Come posso tenerle compagnia, quando nemmeno per un attimo lei incrocia il suo sguardo col mio …  Ci ho provato. Ho provato ad avvicinarmi piano e poi ho provato a farlo con violenza, l’ho accarezzata con dolcezza e poi ci ho riprovato anche con un poco di furbizia… ma nulla, lei non esiste e questo non lascia esistere neppure me.
Francesca non si lava, non pronuncia parola, non prende le telefonate, non accende la tv, non legge e non scrive. Non dorme.
Vien da chiedersi come faccia, sembra impossibile, inumano, eppure so che a qualunque ora io la guardi lei è lì, sveglia e immobile. Sente che mi avvicino e si comporta come se non esistessi.
Io, come tutto il resto, inesistente ormai.

Di nuovo altro caffè? No, s’è alzata ma non è diretta alla cucina.
Che altra novità adesso? Forse finalmente ha deciso di farsi una doccia e uscire… no, niente da fare, non si ferma neppure in bagno. Forse non si lava ma si veste, forse andiamo a fare un poco di spesa, manca tutto in questa casa ormai.
Ah, ha deciso di prendere un poco d’aria finalmente, eccola in balcone.
Si è seduta a terra, vado a sistemarmi accanto a lei, taccio e non la infastidisco, che altro posso fare, io?
Che strano si è portata appresso degli indumenti e sono sporchi, lo sento.
Certo, noi cani sentiamo anche quello che non si vede: sono proprio capi già indossati. Quella è la maglietta di Dario e… si, quei pantaloni sono della tuta di Paolo, invece quella rossa è la felpa di Marco e lei affonda il viso in ogni loro piega e annusa, annusa... Ora scoppierà a piangere, immagino.  No,  in effetti è da molto che non la vedo piangere.
D’accordo si rientra dentro, l’ora d’aria è finita o forse è stanca di restare seduta, scomoda su questo pavimento impolverato.

No…che fai?
Francesca!

E’ caduta giù.
Ora che faccio da solo… qui fuori c’è il sole,  adesso c’è anche la mia Francesca, che non so dove sia.
Sì,  la seguo.  Basterà un balzo a raggiungerla, tanto fuori c’è il sole.

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selva1 @ 11:09 | commenti (9)(popup) | commenti (9)
sabato, 15 novembre 2008 | in : di nero

decima

     

      L' indulgenza necessaria
      ferma un battere in levare,
      andamento stonato
      che degenera in pensiero succoso
      ed origlia, infernale, alle porte.

      Ma continuo a sorridere
      sfinita ai miei passi
      alla fatica che raddoppia l'entità
      tramuta in triplice occasione
      l'amore
      ed implode, talvolta,
      nella squisita ferocia.
      E' il senso obliquo della gioia
      a perdermi ancora in questo sfondo.

      Chiamalo trittico d'amore
      dove non io, non tu
      ma noi
      tratteniamo il ritmo
      in compagnia d'una stanchezza
      che a filo di corda
      ci  consuma.

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selva1 @ 10:21 | commenti (9)(popup) | commenti (9)
martedì, 11 novembre 2008 | in : di rosso

settima

 

.               Dovevamo ridere e non sorridere,
                dimentichi del tempo
                claudicante eppur veloce.

                - Ingannevoli tramonti

                Potevamo ballare e finalmente inciampare
                su risate e volgarità pensate e mai concesse.
                Dovevamo, dovevamo mangiare e divorare
                a grondanti labbra
                non centellinare artefatte gocce
                d’inutile, poetico miele.

                - Luna melensa

                Dovevamo rubare tesori mai nascosti
                pensieri mai ammessi e farne nausea
                a soffocare l’arroganza.
                Abbandonare inutili dettàmi
                e forse scriverne di nuovi
                con lo stelo dell’impudico e del vero.

                - Alibi

                Dovevamo respirare
                ma ad inventare precedenze
                ignari abbiamo vantato
                rari eccessi, pochi errori
                ed ora, amico mio
                è ora.

                - Illusione

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selva1 @ 08:31 | commenti (7)(popup) | commenti (7)
sabato, 08 novembre 2008 | in : di rosso

 

 grigi

                   

                    Ma non sarà  mai più
                    lo sapevi.

                    Sono pronta nuovamente,
                    arroventata lama, libero canto.
                    Avvicinati,
                    voglio amarti a morir di vita.
                    Non servono lenzuola,
                    abiti importanti. Alibi.
                    Ho musica anche per te
                    e frastuono per confonderti.
                    La mia pelle è profumata
                    baciami dunque
                    baciami ovunque
                    entrami fanciullo timoroso
                    chè solo strega posso averti.
                    Striscia su me, non fermarti
                    non pensare, lasciati andare
                    e non finger tenerezza!
                    Dammi l’impazienza
                    fai che ti creda 
                   …che già è l’urlo.

                    E non sarà  per sempre
                    ora lo sai.

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selva1 @ 01:27 | commenti (10)(popup) | commenti (10)
venerdì, 31 ottobre 2008 | in : di rosso

rossa

 

Caccerò nella spazzatura queste maglie consumate e leggerò di nuovo ogni mio libro per poi farne incenso per la casa. Farò programmi ciabattando nella solitudine di un non so cosa.  Non ancora.

Poserò le pentole dove vivono i profumi. Ci pianterò i gerani, quando al divenire estate tu finalmente raccoglierai le tue camicie e ti farai nuova casa.  Diventeranno pignatte aristocratiche.

Appenderò i quadri al contrario e dimenticherò gli amici che venivano a trovarci.  Loro, che sapevano ben guardarli e rimirarli. Sarà gioia rinnovata amare chi li vedrà bellissimi, così.   A nuova vita capovolta.

Non pulirò i pavimenti e non ci camminerò neppure. Saranno i marciapiedi a darmi vita, le vetrine a farmi festa e io sarò perfetta.  Con la faccia di chi osa.

Mangerò nella ciotola del cane e poi gli servirò, nel piatto mio, pietanze elaborate.  A lui, che  non saprà apprezzare ma ugualmente mi  leccherà le mani,  e anche il viso.  Se mai dovessi piangere.

Lascerò la porta aperta e la paura perderà il valore. Sarà il destino ad accudirmi, a dirmi quando e come dovrò andare. Se gliene lascerò il tempo.

Sfiorerò le labbra a un uomo d’occhi socchiusi e mi unirò al suo corpo fino alla resa del piacere. Pretenderò di non essere compresa, perché sarebbe epifania.   E non sarò più affare di nessuno.

Bacerò una donna sulla bocca e riderò dello stupore in lei per poi raccoglierne le lacrime, i suoi figli e la solitudine che il tempo ogni giorno le regala.  Sarà di comunanza riderne più avanti.

Prima di uscire guarderò il tempo e non sarà per pioggia o sole.  Non sarà nemmeno per capire quanto potrò restare via.  Sarà il tempo trascorso inutilmente, a precipitarmi fuori.   In vita.
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selva1 @ 01:03 | commenti (13)(popup) | commenti (13)
domenica, 14 settembre 2008 | in : di nero

web famand

 

               Stasera la luna è rovente
               zolfo e polvere abbracciati.
               Riappare la vecchia signora
               che tanto mi ha amata,
               le risa, un ditale
               e  le docili notti
               a  nettar fagiolini.

               La lava sopra e d’intorno
               ma ora la luna è ardente
               e la notte infiltra lieve
               ventilando anomalie.

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selva1 @ 15:17 | commenti (7)(popup) | commenti (7)
venerdì, 22 agosto 2008 | in : di nero

stagiu

 

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Si è aperta.
La caccia si è aperta e cosa cambia se invece la chiamano “stagione venatoria”?
A casa, intorno al tavolo con la tovaglia a quadri rossi e bianchi, si dice che “si è aperta la caccia” e nella mia mente rimbomba il pensiero di quanto il baratro della stupidità si sia spalancato per l’ennesima volta.

Veloce piccolo, scappa veloce, arrivano quelli che processano i serial killer.
Arrivano i buoni e giusti,  quest’anno si sono comprati la nuova attrezzature all’armeria del Bruno, loro.
Tutto a portata di mano.
Si, lo so che tu  hai visto anche la Rosina tenere i mestoli e i cucchiai a portata di mano.  Loro,  invece,  hanno la doppietta al braccio e le cartucce tutte ben allineate, il giubbotto dalle mille tasche e poi ancora richiami e fischietti suonatori, ammaliatori.  Si,  la doppietta pare sia l’arma consigliata per divertirsi con te.

“Ma attento al rinculo, grand’uomo”

Veloce, piccolo.  Sai pensare? No, forse no. Usa l’istinto, perdio… e corri svelto via di qua. Vuoi ritrovarti immobile a frollare in un congelatore?
Lo so,  le tue zampette sono corte e troppo brevi i balzi, ma hai l’agilità dalla tua parte.
Forza, piccolo, metti a frutto il poco che la natura ormai bastarda più che amica ti ha insegnato!
Ma come,  hai anche un cuoricino che batte a mille per l’affanno? Proprio come quelle ragazze che scappavano correndo nel bosco.  Ah… ma loro urlavano! Sai urlare tu? Sai solo fare quel verso? No, non credo sia  sufficiente perché di te si chieda giustizia  o a far sì che tu sia risparmiato.
Occorre parlare la loro lingua e spesso nemmeno basta.
Svelto!  Non perdere altro tempo, trova la tana.
Stanno arrivando, non senti i tonfi che la terra ti riporta? Ti avvisa anche lei! 

L’aria è umida, forse pioverà e forse sarai al sicuro… ma no, non illuderti, si sono attrezzati, loro.  In città se piove non muovono un passo a piedi, ma qui arriverebbero ad inseguirti fino alla fine del mondo. Vuoi mettere la soddisfazione di mostrarti inerme e sforacchiato agli amici?

Bene.  La pioggia, per quanto loro possano cercare, sa nascondere la tua presenza e il segugio è confuso, non sa più annusarti.  Povera vittima anche lui, lo hanno travestito da canedacaccia e i suoi occhi restano tristi ad ubbidire senza comprendere. Speriamo che neppure il cane sappia pensare, sarebbe doloroso chiedersi “perché” e non trovare una risposta generosa quanto l’amore che lui stesso prova per il suo amico uomo.

Adesso non ti fermare! Non essere curioso, non ti hanno spiegato che non devi essere curioso degli uomini? Appena ti fermi a guardarli un attimo,  i brav’uomini, - ma solo per sport, s’intende, nessun malanimo nei tuoi confronti -  ti fermano il cuore, ti bruciano le carni, bucandole alla velocità negata alle tue zampette.

Corri dunque, corri ti prego.


 

 

 

 

selva1 @ 21:46 | commenti (6)(popup) | commenti (6)
domenica, 17 agosto 2008 | in : di rosso

AmiLi

 

         Vivranno questi roghi
       a lampeggiare al cuore
       serrando parole e pensamenti,
       saranno forse gli anni ad agitarsi
       sprecando gli occhi
       dalla pioggia al nulla.
       Rincaseranno i giochi d'una stanza
       le urla a ridere e i silenzi lacrimosi.
       Cosa sarà
       resta il pensiero che non vuole dire
       giudicare, crescere e lasciarmi.
       Cosa sarà spesso mi chiedo
       e vorrei chiederlo a te
       vorrei esserti e così sapere.
       Cosa sarà non so
       e penso.
       Penso che mi sei.

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selva1 @ 18:11 | commenti (5)(popup) | commenti (5)
mercoledì, 02 luglio 2008 | in : di nero

parole Mark Kostabi

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            Silenzio,
            assaporo, temo e mi contiene.
            Silenzio
            mi avvolge
            m’infrango
            su sporgenze acuminate
            che sposo.

            Lenti, ciechi percorsi 
            attese senza senso né suono.

            E si contorce
            parola che non dico
            ossessiva fuga
            dall’inutile parlare,
            parlare...
            Torcia inafferrabile urla,
            gelo, sfonda e abbraccia
            la parola che m’insulta,
            rapisce
            muta, sanguinante
            torna a me.

 

 

 

 

selva1 @ 11:34 | commenti (5)(popup) | commenti (5)
sabato, 28 giugno 2008 | in : di rosso

nonparlare

 

     Sfrangia questo tuo cuore
     dal livore
     dal languore
     perdi le paure che non riconosci
     annegale in questo mio sangue
     e perditi con me.

     Non parlare, non parlare
     taci di te, di me
     solo ascolta quel che nessuno sa dire
     solo dimmi quel che saprò senza parole.
     Non ha nome la pazzia e pazzia non è.

     Non tenerezza né amore
     non esistono pretese
     salite o discese...

     Guerrieri nel condiviso sogno
     cerchiamo grotte dove cedere le armi.
     Segui con me le orme
     sono nel battito che sai,
     nel fuoco,
     sono sul palmo delle nostre mani
     ora tremanti.

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selva1 @ 10:24 | commenti (6)(popup) | commenti (6)
mercoledì, 25 giugno 2008 | in : di rosso

rosso ciliegia

 

Arriverà, la sua bambina. Arriverà trafelata, e ancora una volta si sentirà fuori luogo e parlerà con voce sottile per paura di disturbare. Si affaccerà alla porta chiedendo permesso come sempre e come sempre Bruna, che non vorrebbe dirle "avanti" ma vorrebbe sentirsela intorno, dentro, fuori, sulla pelle,  risponderà "avanti, mamma vieni".

Sono urla ripetute, quelle udite in un ospedale, dove a volte si nasce ed altre si muore. Sono le attese e le doglie che si ripetono, che nuovamente arrivano in un tempo che sembra correre in avanti ma torna a ritroso di nascita in nascita, d'urlo in urlo e poi ancora nei pianti, nei silenzi e negli abbracci.
Sudore solitario conosciuto solo dalla propria pelle, doloroso ventre che torce e rilassa, lancinante richiamo che sa nascere e morire nel proprio divenire madre.
Bruna pensa spesso al vuoto che avverte dentro, alla forza che deve mantenere per la sua Clara, che diventerà donna come lei. Clara alla quale non farà mancare braccia, urla, sguardi, abbracci e baci sulle labbra a sentirne l'alito, a rubarlo. Bruna sa d'essere femmina sola, orfana di un mondo femminile, figlia di una mamma inadeguata che non ha saputo trasmetterle nulla se non tanta dolcezza.

- madre, che vorrei dimenticare per un poco d'esistere amorevole. Vorrei che tu mi risvegliassi alla vita, nostra vita femmina e profonda.  Madre che tu non sei, eppure voglio solo te perché mi sei madre ed io ti amo -

Bruna pensa così, mentre osserva la mamma gironzolarle inutilmente intorno chiedendole se ha l'acqua o quando arriveranno il genero e il nipote.  Non smette d'esser vuota, e Bruna sa che non smette per paura d'esser piena.
In quel vuoto, le parole di sua madre rimbombano in lei  di solitudine aggiunta.

"E' bellissima, bellissima… sono durati tanto i dolori? Sai, tu sei nata all'alba come Clara, ma quanto mi hai fatto soffrire…"


- mamma siediti al mio letto e guardami soltanto in un sorriso che mi racconti quanto sai già tutto della vita. Stringi la mia mano, dimmi che non sono sola e che nessuna amica potrà mai sostituirti. Dimmelo senza dire. Dimmelo, madre, espiralo in un soffio di caligine antica -

"No, mammina… cioè, si. Accidenti, se ho sentito i dolori! Ma sopportabili, sono già passati. Dimmi di te, sei venuta in treno? Sarai stanca…"

- cosa pensavi, mamma, mentre dal finestrino guardavi ai campi verdi o al vetro che rifletteva i tuoi capelli neri. Perché non mi dai i tuoi pensieri semplici e le tue paure. Perché non mi dici quanto ti manca questa tua bambina bionda ormai cresciuta e non mi confessi che vivere sarà duro, perché lo è sempre stato per te, per tutte ed ora anche per me. Dimmi che dovrò sforzarmi d'essere nuovamente madre per crescere la mia bambina. Perché non mi confessi che forse ci saranno giorni in cui non la sopporterò… -

"Si, papà mi ha accompagnato ieri sera. Non sono stanca, ho viaggiato in cuccetta ma di notte ero preoccupata. Se ne dicono tante, sui treni di notte: ho sentito dire che ora ti addormentano con le bombolette spry e poi ti rubano tutto"

"si, l'ho sentito anche io. Sarebbe stato meglio venire in aereo"

- Sarebbe stato meglio che tu non mi fossi mai mancata, che tu fossi cresciuta prima di me e che poi mi avessi permesso di fare la bambina, mamma. Sarebbe stato meglio, per odiarti… almeno. Invece ti adoro piccola madre, sei la mia bambina ed io la tua strega che piccola non è stata mai -

" Si è svegliata!  Posso prenderla in braccio?

"ma certo, mammina, ma che mi chiedi?"

- Avrei voluto vederti entrare come uragano in camera e a non guardarmi, quasi a farmi incazzare, seguirti con lo sguardo mentre volavi su quel corpicino che tanto ci appartiene. Si, mamma, appartiene anche a te eppure non lo sai. O non lo sai prendere in considerazione -


Quegli occhi antichi sono adesso umidi di pensiero e affanno che, senza capire come, le regala un profumo conosciuto e sale nel ricordo l'odore dei suoi bambini, del latte e del sapone. Ciliegie, felci e tempo passato, che ha perso correndo troppo in fretta verso un epilogo stupidamente inaspettato. Era davvero così veloce il tempo a scorrere? Ora si ritrova nonna ancora, e quella voglia di ricominciare si affaccia, traditrice, alla mente mentre le lacrime scorrono e stillano una ad una sul coprifasce di lanetta svizzera. Guarda quel miracolo immaginandoselo ancora di nuovo tutto suo, quel tesoro oggi è Clara, sua nipote,  eppure continua a pensare a sua figlia Bruna. Non sa nemmeno cosa significhi ma alla mente un pensiero continua a ripeterle - vorrei ridisegnarti ancora -

- Mamma, a che pensi mentre fai finta di nulla e piangi? So cosa senti, non temere della vita che corre e pare essere già finita. Ci sarò io a ricordarti di quanto tu ancora sia. Mi occorri, mamma. Chi potrebbe credermi se affermassi che ho voluto Clara solo per regalartela ed insegnarti davvero come crescere una figlia senza poi sentirla persa? Imparerai con me ad interrare le tue radici. Non sarà lei, come me, a rubarle tuo malgrado, sarai tu a farle crescere in lei.  Consapevole.
Mi sei stata figlia ma tornerai madre, e se non di me lo sarai comunque d'una strega bionda, ancora -

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selva1 @ 11:01 | commenti (3)(popup) | commenti (3)
giovedì, 19 giugno 2008 | in : di nero

sul finire

 

     T'incarto questo amore
     in sottile foglio di mestizia
     l'involucro saprà renderti felice
     a non vederne mai il contenuto.
     Lo sentirai più avanti urlare
     in pochezze, perdite e sconquassi.
     Ti avvolgo la passione
     in un serico fagotto
     che nutrirai nel movimento
     mangiando senza il dire
     e mai chiedendoti se vera.
     E quel tormento occhieggerà
     dalle vetrine, impacchettato.
     Non resterà poi che mostrare
     apertamente la distanza
     ma non sarà incartata
     e nemmeno trasparenza.
     Sarà quel che rimane della lotta
     inutile, come la guerra
     passo, passo combattuta
     a raggiungere una morte
     prevista e attesa.
     Conquistata.

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selva1 @ 14:07 | commenti (5)(popup) | commenti (5)
domenica, 15 giugno 2008 | in : di nero

  soloo

     Scheggia impazzita
     vago
     silenziosa ed infatuata
     dal frastuono dell’assenza.
     Ostaggio di quest’anima impaurita,
     tra fumi e fumo,
     trascino questo nulla
     e soffoco fiammelle una ad una.

     Domani parlerò al mio mare,
     ne ascolterò il lamento
     e giocheremo ad armi pari
     lui ed io
     d’intimo rispetto e ardita conoscenza.

     Nuda pelle.

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selva1 @ 11:19 | commenti (6)(popup) | commenti (6)
martedì, 10 giugno 2008 | in : di bianco

gin

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    Ti cerco spesso, dolcissima presenza
    e ti sfuggo, a non trovarti mai.
    Ed ora eccoti.
    Qui.
    Ascolto e parli del mio tempo
    che porti in un sorriso
    a volte un ghigno.
    Giungi lenta alle mie spalle
    brividi di nostalgia m’accarezzano i capelli,
    e aliti feroce nella voce che canta coraggiosa.
    Ti cerco spavalda nella gioia
    ma poi ingiuriosa mi raggiungi
    nel mio buio
    mi dibatto, ancora mi trascini e, artiglio,
    afferri i capelli che infingarda accarezzavi.

    Devastante è la tua onda
    che mi lascia ancora,
    e ancora, impaurita, spossata.

    T’incontrerò mai, sorridente vestita?
    Guardo i tuoi occhi e mi sorprendi
    lo sguardo protettivo ad incitarmi,
    la tua carezza intangibile.
    Pura gioia,
    portami al nido e tienimi stretta.
    Vantati di me triste signora
    imprigionami, ridente despota
    ma io, io...
    ti conosco, spaventata ti abbraccio
    mi riconosci, generosa mi abbracci
    d’odio e d’amore.

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selva1 @ 01:15 | commenti (7)(popup) | commenti (7)